La Libia è vasta un milione e 759mila chilometri quadrati. E’ grande quasi sei volte l’Italia. Vi abitano poco meno di sei milioni di abitanti. Tre ogni chilometri quadrato. E i geografi vogliono stupirci: il 90,7 per cento della Libia è arido, una terra disabitata, quasi priva di vegetazione.
La Libia è Sahara. E’ deserto. E’ un affascinante Grande Vuoto. Il Sahara libico è come un abbecedario: in poche centinaia di chilometri, soprattutto nella sua regione occidentale, attorno al massiccio dell’Akakus, si ritrova ogni tipo di deserto. Ecco sfilare, mentre viaggiate nel profondo sud di questo paese, l’hamada rocciosa e nera, ecco le grandi dune dei maestosi Erg (che i tuareg chiamano Edeyen), ecco i piccoli maremoti sabbiosi delle Ramla e le superfici piatte e desolate dei Reg o dei Serir.
Il deserto arriva a lambire le coste di uno splendido Mediterraneo (qui, in realtà, si affolla la popolazione libica). In Tripolitania, la Libia è una riva sabbiosa, un succedersi continuo di grandi spiagge, mentre, scavalcato l’immenso golfo della Sirte, appare l’alta scogliera della Cirenaica, dove un mare bellissimo gioca con le propaggini rocciose della Montagna Verde. A occidente, invece, la piana della
Tripolitania corre fino a scontrarsi con il jebel Nafusah, le montagne dei berberi, dei granai fortificati, confine vero fra la Libia mediterranea e le solitudini del Sahara.
Storia
Erodoto tracciò la prima mappa delle popolazioni libiche. Erano clan di origini berbere, pastori nomadi. Si cibavano di latte e carne, raccoglievano datteri. Nell’estremo sud, in un Sahara che stava diventando il deserto che noi conosciamo oggi, vivevano, invece, i leggendari Garamanti, popolo guerriero, il più numeroso della Libia antica.
Furono i naviganti fenici a costruire i primi empori commerciali sulle sponde del Mediterraneo. Ma saranno Cartagine e Roma a scontrarsi per il dominio delle rotte mercantili dell’antichità. La Libia, distrutta la città di Annibale, fu terra di Roma fino alle invasioni vandaliche (431 dopo Cristo). I bizantini si limitarono, per poco più di un secolo, a controllare le coste libiche: non resistettero alla impetuosa avanzata dell’Islam (anno 641) e alle massicce migrazioni delle popolazioni arabe (anno 1050) verso l’occidente mediterraneo.
L’impero ottomano riuscì a sbarcare a
Tripoli solo nel 1551: il dominio turco, diretto o indiretto, era destinato a durare fino al 1911, anno della guerra coloniale italiana. Che fu un conflitto feroce: solo nel 1931 gli eserciti del fascismo riuscirono, con un autentico genocidio, a sconfiggere la resistenza libica.
Nel 1951, passata la furia della seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite decisero il destino della Libia:
Tripolitania,
Cirenaica e
Fezzan furono unite in un unico paese. Venne creata una monarchia e il re fu Mohammed Idris al-Senussi, erede della potente confraternita islamica dei Senussi. Siederà sul trono fino al 1969. Verrà deposto dalla rivoluzione degli Ufficiali Liberi, militari nazionalisti e nasseriani, guidati da Muhammar Gheddafi: è l’atto di nascita della Libia contemporanea.
Da vedere
La Libia è il deserto delle grandi dune, dei laghi improvvisi in mezzo al Sahara, della più straordinaria pinacoteca rupestre dell’antichità. La Libia è l’Akakus, i grandi erg che nascondono oasi impreviste e stupefacenti come miraggi. E’ la lontananza e la solitudine del vulcano nero di Waw an-Namus. Per i più avventurosi è la traversata degli erg di Rebiana e di Tazerbo o la scorribanda del Grande Mare di Sabbia.
La Libia è la sua archeologia. Leptis Magna, Sabratha, Cirene (ma anche Tolemaide, Tocra, Apollonia) sono lo splendore dell’antichità romana e greca: le loro rovine (i grandi teatri, i mercati, le ville, i templi) giocano con le onde del Mediterraneo e le brezze marine.
La Libia è Tripoli. 38 moschee si nascondono fra i vicoli della città vecchia che si protende nel Mediterraneo. Le architetture coloniali, dalle case intonacate di bianco, sono come un ventaglio di quartieri fra la Piazza Verde e l’antico palazzo del Governatore.
La Libia è spingersi fino a Ghadames. E’ quasi un dovere fermarsi nei granai berberi di Nalut o Kabaw prima di raggiungere, ai confini del Sahara, l’oasi più bella di questo deserto. Ghadames è un piccolo sogno, un intrico di vicoli e passaggi coperti protetti dai giardini delle palme da dattero.